Un anniversario di 1.700 anni non è cosa da poco. Certo, ne esistono di più antichi, ma è assai raro (unico?) che esista ancora una istituzione che ne possa rivendicare l’eredità nell’oggi. Eppure accade per l’anniversario del Concilio di Nicea (attuale Iznik, in Turchia), il primo segnale di unità cristiana della storia. Cosa resta di quell’unità oggi? Su questo si interrogano le testate giornalistiche che si sono occupate della ricorrenza. Prevalgono, fin qui, i giornali d’area cattolica, con qualche interessante eccezione come quella di Domani.
Dalle diverse chiese divise (e in qualche caso perfino in guerra, come in Ucraina) si alza la strana ambizione di ripartire da quell’ultimo gesto di unità per ritrovare il molto che unisce e relativizzare il (non) poco che separa. Succede nell’eccezionale occasione in cui la Pasqua cade lo stesso giorno per tutti i cristiani e tutti i calendari. Se si è in cerca di segni, questo ne ha proprio l’aspetto. In cerca di sogni, invece, “I have a dream” too (si parva licet): un’internazionale cristiana, laica. Perché nella Babele che torna, almeno noi si trovi una lingua comune. Una lingua di popolo e non di legge.
