Il quotidiano Il Foglio ospita un’anticipazione del nuovo libro di Chantal Del Sol, Il crepuscolo dell’universale (ed. Cantagalli). L’autrice si era già fatta notare in Italia con il saggio La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo (Cantagalli), in cui, con qualche semplificazione figlia della sintesi, delineava una triste ma efficace road map della civiltà cristiana, dal debutto al futuro.
In questo nuovo libro si torna sul tema delle rovine della cristianità (non del cristianesimo, altra cosa) e su ciò che una cultura senza trascendenza, ma ancora imbevuta di un certo universalismo, può costruirci sopra.
«L’occidente – si legge -è stato missionario per secoli e molto spesso è accaduto che i suoi proseliti siano stati perseguitati per questo». Ma, avverte «una missione non consiste nell’imporre un nuovo ordine». E oggi quella missione «è stata sovvertita e non può più ispirare la stessa fiducia. La trasformazione dell’umanesimo in umanitarismo riflette una forma di sovversione della religione originaria, poiché l’essere umano si trova ridotto alla sua dimensione biologica e materiale».
Il termine umanitarismo è forse eredità consapevole di Gilbert Keith Chesterton (e non solo), che lo usava per distinguerlo dall’umanesimo rinascimentale (troppo vicino al cristianesimo medievale per esserne affrancato).
Si tratta di un ideale umano assolutizzato ma, privo della dimensione trascendente che ne addolciva i contorni e le pretese nel qui e ora, si fa urgente obbligo di perfezione e, quindi, morale inflessibile. Così inflessibile da allontanare i potenziali proseliti. Il compito non è più salvare le anime ma i corpi (liberati però da ogni oggettività biologica, parrebbe), e l’uomo è solo in questa nuova missione. Quindi destinato a fallire. E sarebbe la migliore delle ipotesi.
