A Merano è stata allestita una mostra multidisciplinare dell’artista Belinda Kazeem-Kamiński, che porta alla luce la “tratta delle africane” per ragioni religiose. Kazeem-Kamiński, secondo il sito Artribune, «punta una cruda luce sulle diaspore forzate dell’evangelizzazione, concentrate soprattutto nelle aree di lingua tedesca, che nell’Ottocento vedevano i missionari deportare forzatamente bambine e bambini, comprati, trapiantati e convertiti con il pretesto del “salvataggio delle loro anime”.»
E ancora: «La ricerca di Kazeem-Kamiński inizia con una bambina sudanese chiamata Asue*, segnata con l’asterisco per la manchevole trasposizione del suo nome arabo originale, acquistata dal sacerdote Niccolò Olivieri al Cairo e portata a forza nel convento delle Orsoline di Brunico l’11 gennaio 1855 insieme ad (almeno) altre due ragazze, Gambra e Schiama».
La Chiesa è carica di peccati, si sa, ma ho voluto saperne di più, aggrappandomi all’unico appiglio: Niccolò Olivieri. Trovo sue notizie sul sito santiebeati.it (cui consiglio un bel restyling!): Niccolò Giovanni Battista Olivieri usò il metodo del riscatto per sottrarre bambini e poi soprattutto bambine alla condizione di schiavitù. Bambini e bambine che erano poi ospitati in conventi.
«Il riscatto – leggo – era un metodo sperimentato in passato per liberare i cristiani prigionieri nel mondo islamico e divenne nel XIX secolo una soluzione molto praticata dai missionari per gli schiavi africani. Tuttavia essa presentava il carattere ambiguo di risultare un sotterfugio presso gli abolizionisti e di far apparire i missionari come acquirenti di schiavi.».
Il testo, in realtà, è copiato e incollato dalla voce dell’Enciclopedia Treccani (autorevole e non militante) dedicata a Niccolò Olivieri, che entra nel dettaglio dei metodi, del contesto e dei risultati. A quanto pare l’equivoco è ancora attuale. Tra tanti esempi di schiavitù contemporanea, era proprio necessario fare una mostra su una pratica di due secoli fa, probabilmente (lasciamo il dubbio) nata proprio per opporsi alla schiavitù? Domanda retorica.
