Un ritratto improvvisato di Flannery O'Connor

«La maggior parte delle persone pensa che la fede sia una coperta elettrica, mentre invece è la croce». Parole così poteva dirle solo Flannery O’Connor, nata esattamente cent’anni fa, il 25 marzo 1925, e passata alla storia come il più grande ossimoro della letteratura americana: una donna profondamente cattolica, del profondo Sud, profondamente ironica e, sì, profondamente violenta. Con la penna, ovviamente.

Per la O’Connor la violenza non è questione di gusto, ma di necessità teologica. «In un mondo corrotto», dice la O’Connor, «la redenzione è possibile solo attraverso un atto estremo, un atto di sacrificio assoluto e irrevocabile». Già nel 1957 afferma: «il romanziere con preoccupazioni cristiane troverà nella vita moderna distorsioni ripugnanti per lui; il suo problema sarà far apparire le distorsioni come tali a un pubblico abituato a considerarle naturali; e potrebbe essere costretto a ricorrere a mezzi ancora più violenti per trasmettere la propria visione a questo pubblico ostile». E così, armata di storie brutali, figure grottesche e frasi affilate come rasoi, questa minuta donna, affetta da lupus (una malattia allora inguaribile che già le aveva portato via il padre), conduceva la sua personale crociata per svegliare “i figli di Dio che dormono”.

I dormienti, ça va sans dire, siamo proprio noi, comodamente assopiti, come la signorina O’Connor aveva ben intuito. Pensava che servisse una “scossa”, un trauma che obbligasse il lettore a fare i conti con la realtà. «Il mondo moderno ha distorto ogni cosa, e la strada più affidabile per tornare alla realtà è quella del grottesco. È più reale del reale». Parole che oggi, nell’epoca dei filtri Instagram e delle vite filtrate dagli schermi, suonano profetiche. Era avanti di un secolo, la signorina O’Connor, e non aveva nemmeno un profilo Twitter.

Flannery feroce?

Flannery O’Connor è stata spesso fraintesa, tacciata di nichilismo e accusata di grottesco gratuito. Time l’aveva addirittura soprannominata “Flannery feroce”, con un’irritante allitterazione da prima pagina. Il suo stile, infatti, non ammetteva compromessi: personaggi deformi, amputazioni simboliche, predicatori deliranti e assassini occasionali popolano i suoi racconti più famosi, come Un brav’uomo è difficile da trovare o le pagine disturbanti di La schiena di Parker. Nel romanzo Il cielo è dei violenti emerge tutta la sua abilità nel descrivere la lotta feroce tra fede e nichilismo, mentre in La saggezza nel sangue (Wise Blood) offre un ritratto impietoso e ironico della religiosità del Sud.

Si racconta qui la storia di Hazel Motes, giovane veterano che, tornato dalla guerra, si ribella alla religiosità dei suoi concittadini fondando la “Chiesa della Verità senza Cristo”, un culto paradossale che nega radicalmente Gesù e qualsiasi trascendenza. Il suo percorso è però un viaggio a ritroso, costellato di incontri grotteschi e smarrimenti, che lo riporta infine verso una personale “Betlemme”, non senza sacrificio.

La O’Connor riesce ad evitare con maestria ogni rischio di predicazione dogmatica; anzi, i suoi stessi critici devono ammettere che lei “rende al Diavolo ciò che è del Diavolo”. Presenta le argomentazioni del Male con tale forza che alcuni lettori sono rimasti persino incerti sulla sua posizione.

Tuttavia, Flannery O’Connor non devia mai dalla sua visione: al contrario, come Saul Bellow, dimostra che la sua affermazione scaturisce da una comprensione piena degli argomenti avversi. Ha scelto come protagonista perfetto proprio un individuo religioso che desidera disperatamente accettare la visione secolare e trovarvi qualcosa che meriti davvero l’accettazione.
Hazel comprende la difficoltà dell’essere cristiano, la sofferenza che ne deriva, la consapevolezza del Peccato Originale e l’accettazione della colpa, eppure cerca di respingerli con forza, proclamando: «Predicherò che non c’è stata Caduta perché non c’era nulla da cui cadere, non c’è Redenzione perché non c’è stata Caduta e non c’è Giudizio perché non ci sono state le prime due cose. Non importa niente, se non che Gesù era un bugiardo». Nessuno, infatti, rappresenta il punto di vista del Diavolo meglio di Hazel stesso.

Con humor, sempre

La O’Connor, d’altra parte, non è scrittrice predicatoria o moralista: il suo umorismo emerge con forza, giocando brillantemente tra realismo e violenza, perfino nelle scene più intense. Ad esempio, ne La saggezza nel sangue, la signora Wally Bee Hitchcock esamina Hazel Motes e nota che«il vestito gli era costato 11,98 dollari. Sentì che questo lo metteva in difficoltà e lo guardò di nuovo in faccia come se ora fosse fortificata contro di lui».

Ne Il cielo è dei violenti, poi, tutti riconoscono un’autrice ormai matura, saldamente al comando dei suoi strumenti narrativi. Non ci sono personaggi piatti o allegorici: solo situazioni concrete e personaggi estremamente realistici.

Si racconta la parabola di Francis Marion Tarwater, giovane orfano cresciuto dal prozio Mason Tarwater, un fanatico religioso convinto che Francis sia destinato a diventare un profeta. Alla morte del prozio, Francis deve scegliere se seguire il destino profetico impostogli o il desiderio di una vita più ordinaria, rappresentata da suo zio Rayber, un insegnante laico che cerca di allontanarlo dalla fede.

Qui la O’Connor riesce a giostrare come i birilli di un giocoliere tre “Diavoli”: il vago secolarismo prende corpo nel bene intenzionato Rayber, che spiana a Tarwater (e a se stesso) la strada verso l’inferno; il diavolo personale di Tarwater si manifesta con tanta evidenza da immaginarlo seduto sulla sua spalla a grattarsi la testa col forcone, per poi apparire di persona con un’auto color lavanda e panna e un fazzoletto lavanda, offrendo come sostituti del Corpo, del Sangue e della Carità di Cristo: sigarette, alcool e sesso perverso.

Corpi deformi e anime grottesche

Anche nel citato La saggezza nel sangue, la O’Connor contrappone sapientemente i diversi volti della “perdizione”. Il personaggio di Enoch rappresenta il percorso opposto di Hazel. È una caricatura estrema della pura materialità: vive dominato dai suoi impulsi fisici e dalla ossessione per gli aspetti più bassi e concreti della realtà.

Enoch è il perfetto “grottesco secolare”, un individuo incapace di percepire la dimensione spirituale della vita. Ossessionato dalla solitudine e dal bisogno di attenzione, finisce per compiere azioni assurde e degradanti. La sua parabola raggiunge l’apice quando, in una “inversione satirica del processo evolutivo”, Enoch letteralmente regredisce, travestendosi da gorilla.

Se dalle mutilazioni e dalla deformità fisica è possibile la redenzione (sono anzi esse stesse la via del riscatto e il segno tangibile di Dio), le anime perdutamente grottesche si salvano raramente. I grotteschi senza speranza sono coloro che hanno deliberatamente rifiutato Dio per preferire gli dei del mondo moderno. Così Rayber e Sheppard si rivolgono alla psicologia freudiana e ai test del QI e cercano di alleviare l’anima confortando il corpo. Ma nella letteratura della O’Connor, e probabilmente anche nella vita, è solo attraverso la sofferenza che si può raggiungere la redenzione, e la negazione laica del dolore è una negazione della salvezza.

Altrettanto grotteschi sono quei personaggi che sembrano ignorare completamente Dio. O, più precisamente, sono tanto fusi nel mondo fisico che, semplicemente, non riescono a comprendere il mondo spirituale: ne ignorano l’esistenza o ne fraintendono il significato. La maggior parte dei personaggi femminili di Miss O’Connor rientra in queste categorie. La madre con la faccia da cavolo in Un uomo buono è difficile da trovare, la signora Freeman e la signora Hopewell in La brava gente di campagna sono alcuni esempi di questa inconsapevolezza.

I suoi criminali, i suoi disadattati e i suoi profeti, sono più vicini alla salvezza proprio perché si trovano già nel regno dello spirito: anche quando incarnano il Male, stanno combattendo una battaglia religiosa. La fede in Cristo è per loro una questione di vita o di morte. I suoi “grotteschi secolari”, d’altro canto, possono anche essere Giusti, ma restano infinitamente distanti dal Bene morale. 

Gli schiaffi della Grazia

Dietro tutto ciò, un’intuizione sostanzialmente cattolica: la grazia non arriva soffice e vellutata, scuote e salva proprio mentre ci si sente perduti. Dio non consola, ma sconvolge. «I suoi personaggi sono grotteschi perché il mondo è grottesco», scrisse qualcuno, sintetizzando brillantemente la questione.

In Italia, recentemente, è stato ripubblicato da Bompiani il suo Diario di preghiera, minuscolo libro esplosivo, divenuto presto un piccolo fenomeno editoriale.
Il centenario di Flannery O’Connor è dunque l’occasione ideale per riscoprirne le opere (pubblicate da Minimum Fax) e tutta la realtà scomoda e necessaria che ci raccontano, ricordandoci che la misericordia, talvolta, arriva con la forza di un pugno nello stomaco. E il cristiano deve essere, fondamentalmente, un buon incassatore.

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