Emmanuel Mounier, provato dal dolore in famiglia e dalla guerra

Emmanuel Mounier non è poi così strano, come fedele, se si esclude il fatto che la sua rivista Esprit è stata accusata, contemporaneamente, di collusioni marxiste e di disfattismo anti-sovietico. Benché morto a soli 45 anni nel 1950, ha lasciato una vasta eredità culturale e spirituale, che si colloca a buon diritto nel solco delle grandi testimonianze cattoliche della Francia novecentesca, accanto a Maritain, suo amico e mentore, Claudel, Péguy… 

Il suo personale “personalismo”

Il nome di Mounier è associato spesso alla formula del “personalismo”, su cui però si sono espressi molto meglio di me tanti esegeti e che, personalmente, non mi affascina molto, come spesso mi accade, ultimamente, innanzi agli “ismi” di diversa natura e provenienza.

Basti sapere, però, che corrispondeva a una sincera ricerca di confronto con le teorie sociali che infiammavano il secolo, a cominciare dal marxismo, con cui desiderava misurarsi senza ostacoli pregiudiziali, ma neppure con sottomessa condiscendenza, e con il quale condivideva almeno un nemico: l’individualismo borghese. Con altrettanta fermezza, però, respingeva ogni forma di collettivismo che soffocasse la libertà creativa del singolo, e non ne rispettasse la naturale trascendenza verticale. 

Mi appassiona di più, tuttavia, la testimonianza dei suoi scritti personali, in particolare quelli raccolti in un volume intitolato Lettere sul dolore (Rizzoli). Il titolo è più che esplicito: non si tratta di lezioni cattedratiche, ma di lettere o riflessioni intime scandite da reali esperienze di sofferenza. 

Il dolore, perché?

Il cattolicesimo, e il cristianesimo in genere, si sono meritata qualche critica non del tutto ingiustificata rispetto alla prevalenza del dolore sulla gioia, nella testimonianza del messaggio evangelico. Non senza un po’ di gusto dell’eresia, ho ascoltato perfino qualche sacerdote chiedersi, tra il serio e il faceto, perché si sia scelta l’immagine della morte in croce e non quella, decisiva, della risurrezione, per rappresentare la fede in Cristo. Poco più che una boutade, a cui non mancherebbero risposte convincenti, ma il punto è che il dolore, prima o poi, in misura diversa, affligge ogni esistenza. Ed è ostacolo alla gioia. 

Mounier ne conosce uno abissale, di quelli che oscurano il cielo e violentano la fede. Nel 1938, l’intellettuale francese diventa padre. La moglie belga, Paulette Leclerq, dà alla luce la piccola Françoise, da subito afflitta dalla malattia. Nel 1940, a causa di una encefalite, la bambina cade in coma, e non si risveglierà mai più fino al 1954, anno in cui si spegnerà definitivamente. 

Peggio, se possibile, di una morte prematura: la permanenza inerte, la presenza muta di una vita in un altrove misterioso. Questa è la tragedia più grande per un genitore, e tuttavia accade in anni in cui la tragedia bussa a tutte le porte, violenta, vorace. La guerra uccide molti amici di Mounier, a cui è risparmiato il fronte a causa della cagionevole salute. 

Nella notte della guerra

Nelle lettere si schiera apertamente in aiuto di un amico dal chiaro cognome ebraico e, ben presto, il suo sostegno morale alla resistenza lo conduce dritto in prigione, accolta come una decorazione e un certificato d’onore, in mezzo a tanto conformismo collaborazionista nella cosiddetta Francia libera di Pétain. 

Ma al centro della sua vita resta quella presenza dolorosa e silente, che per Mounier diventa una sorta di preghiera incarnata, di “piccolo Cristo” presente tra le mura domestica. 

Le parole che lo scrittore riesce a trovare nella straziante condivisione con la moglie di quella “disgrazia” potrebbero persino destare una certa insofferenza, fastidio, se non si sapessero pronunciate da un cuore lacerato. 

Eppure, anche davanti a quella prova estrema, piaga ulteriore in un mondo in cui tutto sembra volgere al male, Mounier fa quello scandaloso passo ulteriore, rispetto alla mera accettazione della sofferenza, che consiste nella gratitudine, nella faticosa traduzione del dolore in gioia, nell’ascolto paziente del mistero divino nascosto nella più crudele delle perdite. 

Per un intellettuale che ha tentato di dare una definizione filosofica e morale al concetto di “persona”, esaltandone la libertà, la creatività, le qualità relazionali con i suoi simili e con il cielo, quale sfida più grande si poteva immaginare? La relazione con una piccola «carne malata», secondo la sua stessa definizione, che costringe alla sola speranza di un miracolo. 

Attesa di un miracolo

Lourdes, sì, Mounier ci fa più di un pensiero. E si intravede, nascosta, la diffidenza dell’uomo di lettere, colto, coinvolto dalla modernità, nei confronti della devozione dei più umili. Ma si legge anche chiaro, sincero, esplicito il desiderio di mettersi in coda insieme agli umili per assaporare la libertà di chiedere un miracolo e, con uguale libertà e serenità, accettare la sua negazione. 

E in tutto questo, c’è anche il marito che si interroga su come salvare il suo matrimonio, come quello di tutti, dall’erosione della quotidianità e dalle tante subdole ferite che i coniugi si infliggono.

Mounier muore nella notte del 22 marzo a Parigi, all’improvviso, colpito da un ultimo definitivo attacco di cuore. Un cuore troppo provato, perché troppo in ascolto dei mali del mondo e della muta malattia della piccola Françoise. 

Il suo Esprit, sia nel senso della rivista sia nel senso metaforico dello spirito, è sopravvissuto. Il testamento politico e morale è stato devotamente raccolto dalla moglie e trasformato in testimonianza. Una testimonianza coraggiosa, originale e, nello stesso tempo, fedele. 

Leave A Comment