«Il miglior scrittore della sua generazione», così il romanziere Graham Green definì Evelyn Waugh. E i due appartenevano alla stessa generazione. Quale? Waugh la descrive così, nel 1921, a 18 anni: giovani «duri, analitici e indifferenti (…) che non chiameranno Verità ciò a cui aspirano. (…) Non saranno rivoluzionari e non saranno poeti mistici (…). Osservatori di mezza età faticheranno a intravedere un’anima in loro. Ma, e questo li giustifica, avranno un completo senso dell’umorismo… Guarderanno a se stessi con un sorriso cinico e spesso una risata».
Molte di queste premesse saranno confermate dalla biografia dello scrittore inglese, che si inserisce nella tradizione satirica di Swift ed è “compagno di banco” di George Orwell e Anthony Powell. Eppure, alla fine, un’anima sembra che Waugh l’abbia trovata. E i posteri che lo giudicano l’hanno riconosciuta.
È l’anima di un perdigiorno, come egli stesso si definisce nella sua autobiografia, di un ragazzaccio scomodo e, spesso, abrasivo, che non si converte per misticismo ma per ragionamento, e che, tuttavia, fin da giovanissimo interroga le viscere del mondo in cerca di risposte superiori.

Miseria della nobiltà
Sospeso tra amore e odio per la “upper class”, nella sua autobiografia vanta parentele illustri, accese radici scozzesi e più di una vocazione sacerdotale presbiteriana e anglicana in famiglia. Vive tra baldorie e viaggi in un Europa a cui il primo conflitto mondiale e la rivoluzione bolscevica hanno rubato certezze e speranze.
Nei suoi primi racconti e romanzi ritrae una società scintillante ma moribonda, grottesca nella sua devozione al nulla materialistico. Anche dopo la conversione al cattolicesimo, nel 1930, questa continua a essere la sua firma letteraria: preferisce mostrare l’assurdità di un mondo senza Dio, piuttosto che avventurarsi nella rappresentazione della sua discreta presenza nella realtà.
Black Mischief del 1932 (da noi tradotto Misfatto negro, Bompiani) non tradisce lo spirito già mostrato in Viles Bodies (Corpi vili), tanto che il The Tablet, giornale cattolico, bolla l’opera come oscena. Nel 1934 pubblica Una manciata di polvere (citazione del verso di T. S Eliot, «In una manciata di polvere vi mostrerò la paura»), osannato dai critici come il suo vertice letterario. Per Waugh «conteneva tutto quello che avevo da dire sull’umanesimo», o su ciò che una vita priva di fede può essere.
Una conversione ragionata
Inutile cercare scintille e vibrazioni nella conversione di Waugh. Il padre gesuita D’Arcy, sua guida spirituale, spiega chiaramente che «Evelyn non parlò mai dei suoi sentimenti. Era venuto per imparare a comprendere ciò che noi crediamo essere la rivelazione di Dio», su un piano fondamentalmente razionale. Sarebbe però superficiale confondere questa compostezza emotiva per freddezza. La fede cattolica scavò a lungo e in profondità nello scrittore, ed è in questa lenta germinazione che egli identificò sempre il suo percorso religioso: «Io mi guardo indietro inorridito pensando alla presunzione con cui mi ritenni adatto a essere accolto, e pieno di stupore per la fiducia del prete che vide la possibilità che un’anima così arida potesse crescere».
Non fu un percorso lineare (ma quale lo è?), né sorretto da una vita irreprensibile, tra alcol e altre tentazioni, ma non smarrì la strada verso quella che definiva la sua «personale santità».
Coltivò così, con grande rigore, la sua ricerca letteraria tra forma e contenuto, traslocando nel tempo da una satira crudele a un umorismo venato di amarezza, in cui trova dimora anche qualche fiammella di speranza.
La raccolta dei racconti pubblicata da Bompiani è forse la radiografia più chiara di questa transizione personale e letteraria. Si passa dai racconti giovanili già eccezionalmente originali e formalmente ricchi, alle opere più mature in cui si rintracciano i semi (e i temi) dei romanzi.
E pensare che, quando inizia, Waugh è oscurato dalla fama di scrittore del fratello, il più amato in famiglia. Oggi, se si sente menzionare Alec Waugh è solo per la sua parentela con Evelyn.
Giunge alla carriera di scrittore dopo numerosi tentativi in altri campi, dall’insegnamento all’imprenditoria, e si afferma sia presso il pubblico sia presso la critica, non senza episodi conflittuali con l’uno e con l’altro.
Esordi letterari e vita privata
Esordisce come romanziere nel 1928 con Decline and fall, tradotto in Italiano con il titolo Lady Margot e, successivamente, Declino e caduta.
Nel libro intitolato La coscienza e il romanzo (2002) lo scrittore e umorista David Lodge scrive: «I primi romanzi di Evelyn Waugh probabilmente hanno regalato più gioia a un maggior numero di lettori di quanto abbia fatto qualsiasi altra raccolta paragonabile di opere di narrativa inglese dello stesso periodo (1928-1942)». Forse perché, a dispetto del distaccato cinismo di cui si ammanta, lo scrittore britannico abbraccia la vita senza esitazioni, sebbene non si sia risparmiato neppure un tentato suicidio.
Il suo primo matrimonio, nel 1928 con la omonima Evelyn Gardener, è un fallimento. Secondo lo scrittore, avevano in comune solo l’attrazione fisica, che presto svanisce. L’unione naufraga già nel 1930 e ottiene l’annullamento dalla Sacra Rota nel 1936.
L’amica della sposa, Nancy Mitford, descrive il breve soggiorno in casa della famiglia Waugh come una girandola di feste in costume senza posa, una vita quasi esclusivamente notturna votata alla più sfrenata frivolezza. Dopo il divorzio, invece, Evelyn (il maschio) cambia carattere e umore. Consolida la sua conversione e continuerà a raccontare gli eccessi della borghesia e della nobiltà, ma senza più prenderne parte.
Il suo secondo matrimonio, con Laura Herbert, è definito dalla stessa Mitford un successo, da cui nascono sei figli. «Sono sposato con grande soddisfazione. Ho numerosi figli che vedo una volta al giorno per 10, spero, splendidi minuti» dichiara Waugh. Non è, probabilmente, il migliore dei padri, come non lo fu il suo, che tuttavia gli lasciò un’eredità fondamentale per la sua esistenza: il culto della parola. Il padre di Waugh avrebbe accettato qualunque argomentazione politica, purché espressa con lingua letteraria. E Waugh avrebbe sempre trattato con i guanti bianchi le parole, con un’attenzione formale perfino insolita per uno scrittore considerato soprattutto satirico.
Un genio (in)compreso
La sua prosa è baciata dal successo fin dall’inizio, soprattutto in patria, dove tuttavia è anche preso di mira per la sua religione. In un passaggio del suo memoriale, chiarisce cosa pensi del consenso dei contemporanei: «Ho ripreso e riletto dopo molti anni La macchina del tempo di H.G. Wells. (…) Alla fine del volume, la prima edizione, c’erano sedici pagine di pubblicità dei romanzieri popolari del 1895, tutte elogiate da giornali rispettabili con una esuberanza raramente accordatami nella mia vita professionale; tutto, oggi, completamente dimenticato. Sembrava di aver fatto un piccolo salto nella Macchina del Tempo e di aver visto davanti a me l’inutilità della stima contemporanea».
L’uomo completo, per Waugh, è colui che persegue uno scopo nella vita. Tuttavia, il compito dell’uomo contemporaneo è «coltivare il vuoto». Molti dei suoi romanzi esplorano gli sforzi frenetici dei personaggi per riempire questo vuoto: l’aristocratico decaduto Sebastian Flyte (Brideshead Revisited) che si aggrappa al suo orsacchiotto, il nobile eremita Tony Last (A Handful of Dust) circondato da souvenir d’infanzia, l’ambiguo ufficiale Ivor Claire (Officers and Gentlemen) che accarezza il suo pechinese, Guy Crouchback (nella trilogia Sword of Honour) che si rifugia in un mondo onirico in cui immagina di «servire l’ultima messa per l’ultimo Papa in una catacomba alla fine del mondo». L’unico uomo completo pare essere il signor Crouchback Senior, non a caso un dotto classicista e cattolico tradizionalista.
In guerra (anche con il suo tempo)
Per Waugh, il presente è l’epoca in cui la natura è distorta e l’uomo è frammentato. Nel mondo di Put Out More Flags, i fiori vengono spruzzati di profumo e il ronzio delle api è riprodotto artificialmente. La scienza supplisce alle carenze della natura e l’uomo, “microcosmo”, è tanto estraneo all’essere della natura quanto alla logica della macchina, riducendosi a un “vile divenire”. Waugh afferma in Robbery Under Law che l’uomo, in ogni epoca, è incompleto, essendo per natura un esule: non sarà mai autosufficiente né completo su questa terra. Tuttavia, per quanto l’uomo possa aspirare a diventare “pieno” nel senso ideale del Rinascimento, il mondo moderno non è il luogo propizio per farlo: Julia, in Brideshead Revisited, descrive suo marito, Rex Mottram, come «qualcosa che solo quest’epoca orribile poteva produrre: un pezzettino d’uomo che fingeva di essere intero».

Lo scrittore inglese non sembra sentirsi mai a proprio agio nelle fluttuazioni della contemporaneità. Ha uno spirito sostanzialmente conservatore: si tiene alla larga da automobili e telefoni. I mutamenti introdotti dal Concilio Vaticano II, di cui vede gli esiti sulla soglia della morte, non trovano il suo consenso. Si racconta che durante una conversazione con un prete parigino di idee abbastanza progressiste abbia mostrato tutta la sua insofferenza. Il prete aveva condiviso le sue opinioni sulla guerra di Spagna e, di fronte all’assenza di reazioni di Waugh, l’ospite che li aveva accoppiati, Nancy Mitford, gli chiese se volesse sedersi più vicino per sentire meglio. La risposta fu degna di lui: «Lo sento già fin troppo bene!».
Quando la causa lo convince, lo scrittore non indietreggia: durante la seconda guerra mondiale, a 36 anni, combatte nella marina (Capitano dei Royal Marines) con scarso successo, ma, pare, encomiabile coraggio. Non gode della simpatia dei sottoposti, ma nessuno gli nega la stima per il suo valore. Su un aereo che precipita sulla Yugoslavia, è costretto lanciarsi per salvarsi. Ci riescono solo in tre, e uno di loro è il figlio di Winston Churchill. Quell’esperienza è fondamentale per la sua trilogia militare, un tris di romanzi divertenti, profondi, spietati: Men at Arms (1952), Officers and Gentlemen (1955) e Unconditional Surrender (1961). Per molti, è la degna conclusione della sua carriera letteraria, già piena di acuti ben piazzati e povera di stecche.
Lo scrittore che si definisce irrimediabilmente cinico a inizio secolo, con la maturità si dimostra uno dei più militanti contro il nichilismo e il materialismo. La vita senza fede è vuota: nell’orgia tragica della guerra, tra pianti e risate (tante), Waugh fa vibrare, senza cadere mai nel didascalismo, la sua idea di umanità e di antiumanesimo. «L’uomo senza Dio è meno dell’uomo» scrive in un articolo del 1953.
La corte del cinema
Le sue opere più divertenti restano forse Il caro estinto (The Loved One: An Anglo-American Tragedy, 1948) e L’inviato speciale (Scoop, 1938), in cui se la prende, rispettivamente, con il business delle onoranze funebri a Hollywood e con il giornalismo sensazionalistico del suo tempo. Nel primo come nel secondo caso, non mancano le note autobiografiche. Il protagonista di Scoop è uno scrittore di discreto successo che si dedica anche a racconti di viaggi, esattamente come Waugh. I suoi “reportage”, per altro, sono sapidi e pungenti quanto le novelle, leggibili nella raccolta di Adelphi Quando viaggiare era un piacere. Il titolo ben sintetizza lo spirito, anche snob, dello scrittore inglese, memore di luoghi, tempi e piaceri sfumati nel tempo.
Un altro genere a cui si dedica sono le biografie, più o meno esplicitamente romanzate. Tra queste, la storia della regina Elena, madre dell’imperatore Costantino, che si vuole abbia recuperato in Terra Santa la croce di Cristo.
Le opere di Waugh hanno conquistato il grande e piccolo schermo, con esiti alterni. L’adattamento cinematografico di Una manciata di polvere è poco più di una produzione calligrafica, in cui naufraga l’ironia dell’originale. Il romanzo è invece considerato uno dei capolavori di Waugh e il protagonista maschile un’inarrivabile rappresentazione di uomo destinato a sbagliare giudizio su tutto.
Ritorno a Brideshead (1945) godette di una gradevole versione televisiva, una riduzione dignitosa per il cinema e, in tempi recenti, ha ispirato lo scandaloso film Saltburn, proposto dalla piattaforma Amazon Prime. I critici sembrano convergere nel ritenerlo il romanzo in cui più traspare la fede cattolica, o quanto meno il primo. Si tratta del suo più grande successo commerciale (non a caso così corteggiato dai media), ma anche del più bersagliato dai detrattori inglesi proprio a causa dell’afflato religioso.
In esso si maneggia, sia pure con desueta reticenza, il tema dell’omosessualità tipico delle scuole inglesi. Ma non c’è ombra di giudizio morale. Si intravede, anzi, una sorta di nostalgia adolescenziale, non tanto per quella specifica esperienza erotica, quanto per l’intensità emotiva che accompagna tutte le passioni giovanili. Il conflitto tra l’agnosticismo del protagonista (lo studente Charles) e il variegato cattolicesimo della nobile famiglia del giovane Sebastian (platonicamente amato) non convinse e non convince i critici.
Li mette quasi tutti d’accordo, invece, il ritratto del legame ambiguo e profondo tra i due compagni di studio. Dissento sul primo punto, ma poco importa.
Nel romanzo è però rappresentata la fede cattolica senza nessuna “agiografia” consolatoria, plasmata in declinazioni assai diverse sui personaggi e in dialettica con lo scetticismo di Charles.
Una fiera solitudine
Nella sua autobiografia, d’altra parte, Waugh racconta la transizione dalla fede cristiana all’ateismo negli anni delle scuole superiori. Lo fa con risparmio di emozioni e di dettagli, e generosa abbondanza di ironia e paradossi, come nel suo stile. Non è in quel testo che si possono trovare confessioni liriche sulla sua successiva (ri)conversione. Ma l’assenza di lirismo non significa superficialità, così come il pudore dei sentimenti non sottintende la loro mancanza.
Il distacco è un tratto quasi antropologico per Waugh. La conversione lo avvicina all’idea di verità, ma non al sentimento della fratellanza. Vive isolato in campagna, un cartello fuori dalla sua casa avverte i visitatori non invitati che “Non si entra per affari”, professa una fede minoritaria e riesce a ritagliarsi un ulteriore spazio di minoranza anche nella sua piccola comunità. Eppure, le ultime energie le investe nella citata trilogia della guerra, che scandisce gli anni 50 e i primi anni 60. È in mezzo alla battaglia che Waugh sembra avere incontrato la migliore versione di sé, forse anche come scrittore.
Nel 1944, il critico americano Edmund Wilson affermò che Waugh era «probabilmente destinato a figurare come l’unico genio comico di prim’ordine apparso in Inghilterra dopo Bernard Shaw». Due decenni dopo, quel giudizio fu sostenuto da Gore Vidal, che lo definì «il primo satirico del nostro tempo».
La morte, nel giorno delle resurrezione
Evelyn Arthur St. John Waugh muore dopo avere assistito alla messa della domenica di Pasqua nella chiesa di Wiveliscombe, il 10 aprile 1966, ritagliando così per sé un po’ del mistero che accompagna la vita dei mistici, dall’alba al tramonto. Nasce infatti ad Hampstead nell’ottobre del 1903, e non vuole mai rivelare la data esatta (28 marzo), senza spiegare il perché. Si spegne in Combe Florey a Taunton, nel Somerset, 140 miglia a ovest di Londra, a 62 anni.
Se ne va in sordina l’ultimo grande dandy della letteratura britannica, un genio scontroso, uno strano fedele la cui attualità si sostanzia in una frase: «Nell’attuale fase della storia europea la questione essenziale non è più tra cattolicesimo, da una parte, e protestantesimo, dall’altra, ma tra cristianesimo e caos». Sempre disallineato rispetto ai tempi – ieri come oggi – Evelyn Waugh si continuerà a pubblicare e leggere anche domani e dopodomani. Perché l’uomo contemporaneo è sempre più smarrito e destrutturato e il potere mostra senza pudore il suo volto grottesco o truce, ma comunque privo di Grazia.
I romanzi di Waugh
(Sintesi dal coccodrillo del New York Times)
Declino e caduta, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1928, racconta un mondo senza giustizia, in cui un innocente, studente a Oxford, viene espulso per comportamento indecente perché un gruppo di aristocratici ubriachi gli toglie i pantaloni e lo lascia vagare per il cortile.
Lo scherzo manda in rovina la carriera del giovane e il suo vagabondare come un Candido in un mondo ingiusto e sottosopra costituisce il resto della storia. Tutte le decenze elementari sono messe in ridicolo. Le crudeltà del mondo sono accettate, mai contestate. Coloro che sono nati con un privilegio lo sfruttano al massimo. Chi cerca di risalire la china e di uscire dal fango si vede calpestare le dita.
Se questo è un quadro disperato della vita, non è molto lontano dal reale stato d’animo di Waugh in quel momento. La prima parte della sua autobiografia, Memorie di un perdigiorno (in originale A Little Learning, titolo che riecheggiava un poema di Alexandr Pope) autobiografia pubblicata nel 1964, si conclude con una scena struggente del giovane Waugh che nuota verso il mare. «Avevo davvero intenzione di annegarmi?», si chiede. «Questo era certamente nella mia mente e ho lasciato un biglietto con i miei vestiti, la citazione di Euripede sul mare che lava via tutti i mali umani».
Ma poi arriva il colpo di scena comico. Sente una puntura sulla spalla. È una medusa. Aveva nuotato verso un banco di meduse e il dolore delle punture lo aveva fatto tornare a riva. Si asciugò, si rivestì e, ricorda, «poi salii la collina appuntita che portava a tutti gli anni a venire».
Gli anni a venire furono pieni di soddisfazioni. I suoi primi romanzi satirici furono ben accolti, anche se il pubblico lo considerava poco più che un umorista.
Una manciata di polvere racconta la storia di Tony Last, che si reca in Sud America dopo la rottura del suo matrimonio e, alla fine, è fatto prigioniero da un eccentrico analfabeta che lo nutre solamente finché gli legge ad alta voce le opere di Dickens.
Il suo romanzo successivo, Corpi vili, pubblicato nel 1930, è ambientato in un futuro prossimo e mostra giovani inglesi dell’alta borghesia in un vertiginoso giro di bevute, relazioni sessuali assurde e complicate, avventure bizzarre e incidenti automobilistici. I lettori trovavano deliziosi i nomi dei suoi personaggi. Tra questi, Adam Fenwick Symes, Nina Runcible, Miles Malpractice, Lord Metroland e Alastair Digby-Vane Trumpington (intraducibili giochi di parole, ndr).
In Misfatto Negro un romanzo del 1932, Waugh creò il mitico regno insulare di Azania. Basil Seal, malefico aristocratico che è l’eroe, ruba gli smeraldi della madre, scappa ad Azania, ne manipola la politica e alla fine è costretto a lasciare la capitale. Nella giungla, mangia inconsapevolmente la sua innamorata durante un banchetto cannibale.
Un altro romanzo ambientato in una nazione nera è Scoop, pubblicato nel 1938. Si tratta di una parodia sfrenata del giornalismo in cui il protagonista, uno scrittore naturalista di nome William Bott, è nominato corrispondente estero dal suo giornale, The Daily Beats, e inviato a coprire una rivoluzione. Insieme a Misfatto Negro, è il prodotto di tre viaggi che Waugh fece in Etiopia, una volta come corrispondente del Daily Mail.
L’ultimo libro di questo filone, Sempre più bandiere, fu pubblicato nel 1942 e racconta come gli inglesi si prepararono all’epica lotta con la Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale. Lasciò molti lettori a chiedersi come la nazione descritta da Waugh potesse sopravvivere.
Dei suoi libri del dopoguerra, La prova di Gilbert Pinfold, pubblicato nel 1957, è ritenuto il più sconcertante. Waugh ha detto che le allucinazioni che affliggono il protagonista durante un viaggio oceanico sono simili a quelle di cui soffriva prima di scrivere il libro.
Le sue esperienze di guerra sono state brillantemente ricreate nella trilogia Ufficiali e gentiluomini. Guy Crouchback è l’eroe semi-autobiografico di questi romanzi: Uomini alle armi (1952), Ufficiali e gentiluomini (1955) e Resa incondizionata (1961).
Altri libri del dopoguerra furono La vita di Ronald Knox, 1959, una biografia di Monsignor Knox, studioso, poeta e scrittore di storie poliziesche del Trinity College di Oxford; Un turista in Africa, 1960, un resoconto della circumnavigazione del continente da parte di Waugh, e Basil Sea Rides Again (Basil Sea cavalca di nuovo), 1963, che l’autore descrisse come «un tentativo senile di riconquistare la maniera della mia giovinezza». Basil Seal era infatti anche l’eroe di “Spegnete le bandiere”.
