Se oggi diciamo “il villaggio globale” e nessuno si sorprende, lo dobbiamo a Marshall McLuhan. Se ci affanniamo a spiegare che “il mezzo è il messaggio”, dobbiamo ringraziare lo stesso McLuhan. Se poi non riusciamo mai a capire davvero cosa intendesse fino in fondo, beh, forse dobbiamo prendercela con lui.
Un uomo in anticipo sui tempi
Marshall McLuhan era una di quelle rare menti capaci di guardare oltre il proprio tempo, vedendo il futuro mentre gli altri ancora tentavano di decifrare il presente. In realtà, secondo quanto diceva lui, era proprio l’attenzione al presente che gli consentiva di anticipare i tempi.
Nato nel 1911 a Edmonton, Canada, e cresciuto a Winnipeg, McLuhan studia letteratura prima di specializzarsi all’Università di Cambridge. Dopo un periodo di insegnamento tra Stati Uniti e Canada, si stabilisce all’Università di Toronto, da cui avrebbe lanciato le sue intuizioni rivoluzionarie.«Questi nuovi mezzi di comunicazione – scrive – (…) hanno trasformato il nostro mondo in un’unica unità. Il mondo è ora come un tamburo tribale che suona continuamente, dove tutti ricevono sempre il messaggio. Una principessa si sposa in Inghilterra e bum, bum, bum, i tamburi suonano, tutti ne sentiamo parlare».
Vi suona (è il caso di dirlo) familiare questo ritratto? Eppure, McLuhan diventa una celebrità negli anni 60 e dopo la sua morte, nel 1980, in troppi si affrettano a distruggerne il mito (e pazienza!) e le intuizioni visionarie (peccato!).
Tom Wolfe, intellettuale statunitense considerato il padre del cosiddetto New Journalism, nel documentario Marshall McLuhan Speaks, lo soprannomina il «primo veggente del cyberspazio». In effetti, McLuhan ha definito il web nel 1962, molto prima che il web stesso uscisse dal bozzolo: «Il computer come strumento di ricerca e di comunicazione potrebbe migliorare il reperimento, rendere obsoleta l’organizzazione bibliotecaria di massa, recuperare la funzione enciclopedica dell’individuo e trasformarsi in una linea privata per ottenere rapidamente dati su misura di tipo vendibile».
Un ritratto del presente
Benché morto sulla soglia degli anni Ottanta, molti degli scenari che ha descritto nelle sue opere sono più attuali oggi di ieri: «Oggi – scrive nel 1970! – la partecipazione è uno schema universale in cui il pubblico diventa attivo. Non c’è più un pubblico nel nostro mondo. Su questo pianeta, tutto il pubblico è stato reso partecipe e attivo».
L’industria dello spettacolo “ventiquattro ore su ventiquattro” da lui descritta è diventata il nostro quotidiano, con i social media che trasformano ogni evento in un flusso continuo di immagini, video e interazioni sugli schermi dei cellulari. E tutti facciamo parte dello show business, chiamato in altro modo.
Il massmediologo (definizione che gli sta stretta, come tutte le altre) aveva già previsto che la tecnologia digitale avrebbe creato una rete globale in cui tutti sono simultaneamente spettatori e attori. Chi era dunque questo profeta oggi un po’ maltrattato e dimenticato?
Il padre di McLuhan, Herbert, è un bonario venditore di immobili e assicurazioni; la madre, Elsie, è un’ambiziosa e appuntita insegnante, che trasmette al figlio un eloquio straordinario e un arsenale infinito di citazioni da Shakespeare e Milton. Il resto lo fa lui, sicuramente in cerca di successo (“Devo, devo, devo raggiungere un vero successo mondano” annota diciottenne sul diario) e mosso da passione per ogni campo del sapere umano.
È nata una pop-star

McLuhan, infatti, è uno dei pochi docenti e studiosi che riescano a superare il gap generazionale e a conquistare il cuore dei giovani rivoltosi degli anni Sessanta e Settanta. Non solo il popolarissimo settimanale Newsweek gli dedica una copertina, ma tutte le riviste “underground” e nate all’insegna della controcultura giovanile adottano le tesi e il linguaggio del massmediologo. Un gruppo prog rock prende il nome in suo onore e Woody Allen gli fa fare una comparsata (nei panni di se stesso) nella celebre pellicola Io e Annie del 1977.
Nel 1965, è sempre Tom Wolfe a porsi l’interrogativo «Supponiamo che sia quello che sembra, il pensatore più importante dopo Newton, Darwin, Freud, Einstein, Pavlov?» Wolfe descrive McLuhan come una figura quasi cristologica.
Un cattolico contro il “main stream”
Perché tanto successo? Perché demolisce le verità acquisite (oggi diremmo il main stream) e si sintonizza su ciò che il popolo giovanile sente, intuitivamente, come reale. I più feroci detrattori parlano di una dottrina della fantasia e della verità-fobia consapevolmente progettata per fare appello alla vanità generazionale degli hippy. «Le teorie di McLuhan, come mobilitate dal movimento giovanile, hanno denunciato i loro anziani e l’intero sistema sociale consolidato, elogiando la cultura giovanile insurrezionale e i valori giovanili come l’inevitabile ondata del futuro».
Eppure, questo profeta della generazione più ribelle e inquieta del 900 non è né un rivoluzionario né un incendiario. È un cattolico, convertito in età adulta, che si reca a messa tutti i giorni. A dispetto di quanto diranno di lui i suoi critici, per accostarsi alla fede adotta un metodo scientifico. Secondo quanto testimoniato dal figlio Eric, chiede all’altissimo dei segni. Li riceve, ma restano gelosamente custoditi in famiglia.
In effetti, lo studioso non nasconde la sua fede, ma evita di metterla in relazione con il proprio lavoro. E, con un corto circuito tipico della contemporaneità, sono proprio i suoi nemici a dargli ragione: i contenuti teologici delle sue riflessioni sono infatti additati come un peccato originale, la prova della sua inattendibilità.
Esordio, senza botto
Il suo primo libro, La galassia Gutenberg, non è un successo proprio a causa dei numerosi riferimenti al cattolicesimo e alla teologia, secondo i detrattori, . È il libro successivo di McLuhan, Understanding Media, a procurargli gli allori del successo. In quel testo appare il nucleo della sua celeberrima tesi sul mezzo e il messaggio: i contenuti della comunicazione sono «il pezzo di carne succulento portato dal ladro per distrarre il cane da guardia della mente».

I media, per McLuhan, sono un’estensione del corpo: l’abbigliamento estende la pelle, la ruota il piede umano – ma con l’avvento della tecnologia elettrica siamo nella fase finale, forse apocalittica, dell’estensione dei nostri sensi: niente di meno che la simulazione tecnologica della coscienza.
Oggi, che l’elettronica è diventata un prolungamento del nostro sistema sensoriale, sarebbe più che mai necessario recuperare la sua lezione.
Il mezzo è il messaggio
“The medium is the message” è la frase più citata di Marshall McLuhan. Intendeva dire, con quella formula, che il mezzo di comunicazione influenza in modo determinante il contenuto della comunicazione ed è, anzi, proprio quello che ha il maggiore impatto sulla società, sulle abitudini e sulla civiltà.
McLuhan pronuncia per la prima volta la frase durante un volo del 1958 per Vancouver, dove doveva parlare a un raduno di emittenti. Non tutti capiscono cosa intende (non è famoso per la chiarezza dell’esposizione, tanto che il suo nome diventa un aggettivo per definire un discorso o una frase incomprensibile). La suggestione però è tale che si pubblica un libro con questo titolo. Il tipografo, tuttavia, commette un errore e sulla prima copertina si legge: Il mezzo è il massaggio. McLuhan, che ama giocare con le parole, decide di conservare il refuso, carico di ulteriori strati di significati.
In anni in cui l’arte è la pop-art, il libro arriva a vendere un milione di copie e diventa rapidamente una versione discografica e uno show televisivo di un’ora, entrambi con lo stesso nome.
La televisione come l’automobile?
Con la consueta forma destrutturata e piena di giochi di prestigio linguistici, il testo si oppone alla visione tuttora dominante del mezzo tecnologico come un neutro contenitore di cui l’uomo può disporre secondo criteri decisi in piena libertà. L’idea è che l’innovazione tecnologica trascini l’umanità verso drastici cambiamenti, non necessariamente previsti. McLuhan usa spesso l’esempio dell’automobile, che è apparentemente un modo più rapido del cavallo di spostarsi da un luogo a un altro. La diffusione della macchina, tuttavia, ha completamente trasformato il volto delle città, ne ha allargato le periferie e ha creato una fitta rete di autostrade, devastando campi e paesaggi naturali. Con l’automobile si è imposto l’imperativo della velocità e si sono accorciate le distanze tra comunità urbane e rurali.
Secondo McLuhan, esiste un vasto territorio di trasformazioni inconsapevoli, dettate dalla tecnologia. Quando siamo immersi in un ambiente diventa molto difficile, e talvolta fastidioso, coglierne le influenze sulla nostra identità, proprio come l’inconscio resiste alle rivelazioni della psicoanalisi.
«Se comprendiamo le trasformazioni rivoluzionarie causate dai nuovi media, possiamo anticiparle e controllarle; ma se continuiamo nella nostra trance subliminale autoindotta, saremo i loro schiavi».
Una delle metafore preferite da McLuhan era la linea DEW, il sistema radar di allarme rapido e distante collocato nell’Artico canadese per avvertire degli imminenti attacchi sovietici. «Penso all’arte come a una linea DEW… su cui si può sempre contare per dire alla vecchia cultura cosa sta per accadere», scrive.
Inizia lo spettacolo!
Si rende necessaria una lunga citazione:
«Che l’intero pianeta diventi un’industria dello spettacolo ventiquattro ore su ventiquattro non solo è oggi inevitabile, ma crea delle “sfide” a tutti i livelli delle istituzioni in maniera tale da annullare gradualmente la coscienza. Quando un nuovo problema diventa troppo grande per essere affrontato su scala umana, la mente si ritira istintivamente e si addormenta. Oggi, per la prima volta, le cose che avvengono alla velocità della luce illuminano anche il sonnambulismo umano più inveterato e costringono all’intelligibilità e al riconoscimento del disegno anche chi è più riluttante» e, sorprendentemente, «è necessario essere disposti a sottovalutare completamente il mondo. Ciò è possibile solo a un cristiano. Potrebbe rendersi necessario coltivare la disposizione a ridere delle iperboli e delle banalità pompose a proposito dei viaggi lunari. La mente scientifica è troppo specializzata per capire le barzellette di portata troppo ampia».
L’antica formula paolina, “sono nel mondo non sono del mondo”, sarebbe insomma la chiave per riuscire a leggere con chiarezza e distacco le trame disegnate sulla nostra vita dalle nuove tecnologie. E che Mcluhan stia parlando a noi, dal lontano 1969 in cui faceva queste affermazioni, appare chiaro dalla descrizione del mondo: un’industria dello spettacolo ventiquattro ore su ventiquattro. Non è forse questo il mondo che scorre sui nostri cellulari? Non è forse questo che siamo diventati tutti? Non è forse questa la perfetta definizione dell’era dei “meme”?
La scienza non basta
Ma il massmediologo si spinge oltre. Osa accennare che la mentalità scientifica e tutto il suo armamentario potrebbero rivelarsi inadeguati, se non d’ostacolo, alla comprensione delle sfide. Non perché la scienza sia mendace (non lo pensa affatto), ma perché con tutte le sue scoperte non fa che scalfire la superficie. «In termini cristiani – prosegue Mcluhan – gli elementi di Marte, o del resto dei sistemi del cosmo, non possono rivelare nulla di paragonabile alle dimensioni dell’esperienza che possa avere il più umile dei cristiani». In perfetta sintonia con l’algebra evangelica, si conferma il ribaltamento della scala di valori, quando si spinga lo sguardo oltre questo “regno”. Il più umile dei cristiani può sperimentare qualcosa di più grande del migliore e geniale degli astrofisici.
Queste e altre interessanti argomentazioni sono raccolte nel volume La luce e il mezzo, riflessioni sulla religione, pubblicato da Armando Editore. Vi si trovano interviste, lettere, commenti e prefazioni in cui Mcluhan riflette da uomo e da scienziato sulla propria esperienza religiosa, sulla chiesa e sulla teologia. Lo studioso americano è sempre attento a non improvvisarsi teologo o filosofo, ma fin dai suoi esordi universitari è chiara in lui la necessità di affrontare i problemi senza paraocchi specialistici e attingendo a tutte le forme ed espressioni del pensiero, dalla letteratura alla pubblicità. In questa raccolta di testi emerge in modo evidente il ruolo sostanziale della fede cattolica nella vita personale, ma anche nella impostazione dei suoi saggi più celebri.
Ancora San Tommaso?
McLuhan dichiara di sentirsi in sintonia con San Tommaso d’Aquino, in particolare con la teoria della causalità formale. Questa nozione, tratta dalla filosofia aristotelica e sviluppata da San Tommaso, sostiene che la forma – ossia l’essenza di una cosa – è causa della sua esistenza e del suo funzionamento. Per esempio, la forma di un martello non è solo il suo aspetto fisico, ma la sua funzione di battere i chiodi. La causalità formale implica che ogni oggetto o tecnologia non è neutro, ma possiede un’essenza che influenza profondamente chi lo utilizza e il contesto in cui viene usato.
Lo studioso canadese applica questa idea ai media, osservando che ogni nuovo mezzo di comunicazione porta con sé una “forma” che trasforma la società in modo profondo. Ad esempio, la televisione non è solo uno strumento per trasmettere immagini, ma una forza che cambia il modo in cui percepiamo il mondo, instaurando un rapporto immediato e viscerale con gli eventi.
Le domande che McLuhan pone sui media restano attuali: «Che cosa amplifica o rende obsoleto il nuovo medium? Quali trasformazioni impone alla nostra percezione e alla nostra identità?». La tecnologia digitale, con la sua capacità di simulare e moltiplicare realtà virtuali, spinge queste riflessioni ancora più lontano. Pensiamo alla “nube sferica” creata dal microfono, descritta da McLuhan: un suono che avvolge tutti, creando un’esperienza condivisa ma anche un senso di isolamento individuale. Oggi, questa “nube” si è estesa al mondo intero grazie allo streaming, agli avatar e ai mondi virtuali.
Chissà come avrebbe commentato fenomeni come le chiese virtuali di Second Life o le celebrazioni liturgiche online, interrogandosi sul significato di questi spazi “irreali” e “fisici” al tempo stesso. La domanda su come l’esperienza religiosa sia trasformata dalla tecnologia è solo uno dei tanti esempi di come i media plasmino non solo la società, ma anche le sue dimensioni più intime e spirituali.
I critici: tutte assurdità!
Le critiche nei confronti di McLuhan si sprecano, e il suo pensiero è spesso ridotto a un’accozzaglia di «dogmi senza prove», costruiti in modo da sembrare validi solo a chi è già pronto ad accettarli. L’approccio, si dice, richiede un atto di fede: parafrasando Sant’Agostino, «se vuoi credere in McLuhan, guardati dentro», e la risposta arriverà automaticamente: «McLuhan, io credo».
Sidney Finkelstein, tra i suoi critici più severi, ha definito Understanding Media «un’assurdità generalizzata», un testo inaffidabile, pieno di «errori storici e affermazioni azzardate». A suo dire, una prefazione ideale per il libro sarebbe stata: Nessuna affermazione contenuta in questo libro deve essere necessariamente presa per vera. L’autore non si preoccupa se siano vere o meno. Qualsiasi accordo tra ciò che questo libro dice sulla storia e ciò che è accaduto nella storia è puramente casuale. Le affermazioni sono solo sonde della mente del lettore.
Finkelstein ha poi criticato l’idea implicita che gli esseri umani siano “zombie intellettuali”, interamente plasmati dai media cui sono esposti. Secondo lui, McLuhan ha «negato l’agenzia individuale», riducendo la storia del pensiero umano a una forma di «conformismo tribale e collettivismo». Per Finkelstein «tralascia completamente lo spirito creativo umano, le grandi conquiste umane di ostacoli e problemi, le visioni e le audaci trasformazioni del mondo, le audaci esplorazioni della realtà, le battaglie di idee. Nella storia di McLuhan, l’essere umano si riduce quasi a nulla».
Non meno duro è stato il critico dei media James Carey, che ha identificato nella visione di McLuhan un tentativo malcelato di ricostruire un mito moderno, una sorta di Eden perduto a cui tornare: «La visione della tradizione orale e della società tribale è un Eden sostitutivo, una visione romantica ma insostenibile del passato. Quello che McLuhan sta costruendo, quindi, è un mito moderno».
Eppure, questo giullare della scienza, questo cartomante in doppio petto, questo volgare cattolico nemico della verità trova alleati inconsapevoli in tutti quegli studi rigorosi che ci avvertono oggi di come è quanto l’uso dei cellulari trasformi il cervello dei più giovani, modifichi le abilità e le modalità di lettura, produca nuove dipendenze fisiche. Basta consultare la Rete per accorgersi che i video e i podcast stanno surclassando i testi, spodestando la vecchia tradizione scritta con una nuova forma di tradizione orale.
E quindi?
Non è vero, come qualcuno tenta di far credere, che McLuhan prospettasse il ritorno all’oralità come un sicuro eldorado, un nuovo Eden. Dal suo osservatorio, vecchio di mezzo secolo, non si poteva chiedergli di essere troppo puntuale nella descrizione di una rivoluzione che doveva ancora realmente manifestarsi. Forse è vero, è uno strano pensatore che usa San Tommaso per prevedere Internet, preferisce le intuizioni ambigue dell’arte alle radiografie puntuali della sociologia, manipola le parole per suggestionare. C’è da chiedersi come sia possibile che oggi possiamo specchiarci con tanta fedeltà nelle sue previsioni.
«L’artista – scrive McLuhan – è sempre considerato in anticipo sui tempi perché vive nel presente. Ci sono molte ragioni per cui la maggior parte delle persone preferisce vivere nell’epoca appena passata. È più sicuro. Vivere proprio sulla linea di tiro, proprio sulla frontiera del cambiamento, è terrificante». Come in quelle mappe stradali collocate nelle città turistiche: «Voi siete qui», sembra dirci questo strano pensatore.

