Forse è meglio partire dalla fine per riassumere la storia di Maurice Clavel. Si spegne nel 1979, improvvisamente e troppo presto. La sua collaboratrice Monique Biel, autrice di una biografia pubblicata nel 1992 da Bayard, così descrive la basilica del piccolo borgo di Vézelay nel giorno del suo funerale: «Gollisti, intellettuali di sinistra, monarchici, lavoratori della Lip (azienda di orologi al centro di una storica lotta sindacale, che Clavel testimonierà nel romanzo Les paroissiens de Palente, ndr), filosofi vecchi e nuovi, cristiani, ebrei, agnostici, anticlericali, scrittori, drammaturghi, uomini di teatro o di cinema, tutti si stringono per rendere l’ultimo omaggio non a un uomo celebre, ma, prima di tutto, a un amico».

Maurice Clavel

Sintesi di una vita spesa senza risparmio fisico e spirituale. Nella resistenza francese combatte con il nome di capitan Sinclair e insieme all’amico Albert Camus fonda, nel ’43, la rivista Combat. Si impegna pubblicamente per l’indipendenza dell’Algeria e per l’onore della Francia. Saluta le barricate del maggio parigino nel 1968 come una rivolta spirituale. Coltiva la nascita, negli anni 70, dell’eterogeneo gruppo dei nuveaux philosophes.

È romanziere, saggista, seduttore incallito, insegnante di filosofia e drammaturgo. Scrive su riviste di destra e di sinistra, polemizza con Jean Paul Sarte e Malraux, partecipa sempre, con voce libera e originale, a tutti gli appuntamenti che la storia gli mette di fronte. È anche (dovremmo dire soprattutto?) un irriducibile testimone della fede cattolica, che incontra nella notte più fonda della sua vita.

Tutto e niente

«Davanti a me – raccontò padre Henri Caffarel, in occasione del suo funerale – c’era un uomo in rovina, un nuotatore travolto dal vortice. I minuti erano contati. […] Maurice non fu atterrato come Saulo di Tarso. Né lampi né tuoni, né trance né estasi. L’infinita dolcezza di Dio investì e avvolse il cuore di un povero bambino sperduto».

Eppure, nel 1975, nel libro Ce que je crois (Quello che io credo, Città Nuova Editrice, 1978), Clavel individua un momento, nel maggio del ’65, in cui nella sua esistenza si affaccia il mistero, con evidenza quasi brutale.
«Fu allora che venni colpito dalla folgore… Debbo dire la folgore, anche se non intesi nulla? Ma coloro che ne sono colpiti sentono forse il suo fragore? Non sono nemmeno sicuro d’aver visto il lampo. Stavo seduto sul divano e ne fui sollevato, lanciato lontano, schiacciato, o perlomeno ne ebbi la sensazione. […] Mi accorsi dopo di essere stato proiettato […] in una specie di prosternazione sdraiata».
Sull’episodio, non si contano le analisi psichiatriche e psicanalitiche, ma i frutti sono chiari: Clavel è convertito, con il suo passo a volte pigro a volte furioso. È il suo passo, ma non è più solitario.

Sull’orlo del suicidio

La crisi dell’intellettuale era iniziata nel ’60. È una nevrosi depressiva, o un vuoto esistenziale. La battaglia politica per l’Algeria libera si va esaurendo; l’amico Camus è morto, e forse lo era, intellettualmente, già da tempo; del comunismo ha sempre diffidato, malgrado una breve parentesi da “comunista patriottico”, a sostegno di una rivoluzione anti-borghese ma lontana da influenze sovietiche; stima ancora De Gaulle, ma non si attende da lui una riscossa sociale e morale; insegna a giovani di cui vede solo un incolpevole, futuro fallimento; ha avuto molto dal teatro e dai romanzi: premio Ibsen, elogi da George Bernanos, una lettera d’ammirazione di Charles De Gaulle, ma non basta; da buon libertino, ha distrutto un matrimonio, cerca tuttavia stabilità sentimentale.

Si è già rivolto a uno psichiatra che gli ha dato il bizzarro consiglio di consultare un prete. Sdegnato dalla proposta, per la sua seconda consultazione sceglie un medico ebreo, ma, curiosamente, il consiglio non cambia.
Il suicidio è un pensiero costante, eppure, riferisce, non pensa mai a Dio.
Nel ’64 ha accanto a sé una donna con 24 anni meno di lui, Elia. La donna si aspetta ogni giorno di scoprire che si è gettato dal ponte ferroviario, lungo la via per recarsi al liceo in cui insegna.
A lei, in una notte più oscura delle altre, chiede disperato la presenza di un prete. La ragazza, che non è battezzata e non ha mai varcato la soglia di una chiesa, esaudisce la richiesta.
Non è ancora l’incontro giusto, ma propizierà quello con Padre Caffarel, sacerdote molto stimato e troppo attivo, che aveva esplicitamente chiesto non gli fossero inviate altre pecorelle smarrite.

L’inatteso

Il prete convocato d’urgenza, comunque, ascolta il lungo e tormentato sfogo di Clavel, in silenzio. Non fa obiezioni e non dà giudizi, quando prende la parola è per dirgli, senza alcun tono predicatorio, che Dio lo ama e ha bisogno dell’amore degli uomini, che cerca con discrezione bussando alla loro porta. Anche alla porta di Clavel.
Clavel piange, finalmente accolto, improvvisamente in pace. Non sono parole nuove quelle che sente. A vent’anni frequentava la messa, benché presto distratto da altre sirene. Di travaglio spirituale aveva perfino scritto nelle sue pièce: Les Albigeois, La grand pitié, Saint Euloge. Ora, però, tocca con mano e sente.

È una dolcezza che dilaga in famiglia. Elia partorisce nel ’65 un figlio che insieme battezzano Cristophe (colui che porta il Cristo) e in quello stesso giorno la futura consorte chiede e riceve il primo sacramento.
Clavel non è pronto, però, per parlare della sua conversione al mondo. La confida all’amico André Frossard, di origini ebraiche, ateo figlio di atei e convertito in circostanze che profumano di miracolo.

Il debutto avviene in radio nel 1974, dove racconta: «Non ho fede. La fede mi possiede». È sepolto da lettere e telefonate e da lì inizia il suo percorso di testimonianza che in un incontro del 1975 nella cattedrale di Notre-Dame, così definisce: «Non sono né un prete né, ancor meno, un araldo della verità. Sono il protagonista di una ricerca».
Protagonista, sì, ma non artefice. Clavel ripete più volte di avere fatto di tutto per non credere, di avere «curato Dio con gli ansiolitici», invertendo male e medicina. E per non abbandonarsi a sublimazioni estetizzanti, che dice di detestare, sceglie di definire così la conversione: «fui sturato come un lavandino».

Nessuno cerca Dio, Dio cerca tutti

La sua esperienza religiosa si condensa nel testo Quello che io credo, che in Francia è un titolo evocativo, una sorta di genere letterario esplorato da molti illustri predecessori di Clavel. Pochissimi sono i ripensamenti in questa confessione viscerale, intima, e allo stesso tempo ragionata, che ha come scopi dichiarati, niente meno, “liberare dio” e “liberare l’uomo”. Anche le tante citazioni fanno affidamento esclusivo sulla memoria.

Quando il testo esce nelle librerie, la cultura marxista spadroneggia ancora. Clavel, dunque, non asseconda una moda culturale e, in qualche modo, rinnega anzi la sua storia. E poiché è una vita, se non da filosofo, almeno da intellettuale, si impegna a negare l’utilità della filosofia e della teologia.

Quel che crede Maurice Clavel, alla fine, si esaurisce nelle righe in cui dice: «quello che è contenuto nel Credo», vale a dire il dogma d’una religione rivelata. Benché rivelata, tuttavia, all’uomo resta la facoltà di rispondere, di accettare di vedere. «Nessuno cerca Dio», anche se crede di farlo, spiega Clavel, «ma Dio cerca tutti».
Perché mai il Padreterno si è preso il disturbo di rivelarsi? Evidentemente, è la conclusione dell’intellettuale francese, perché non c’era altro modo, per l’uomo, di conoscerlo realmente.
Senza paura della contraddizione (non può averne chi si mette a nudo veramente) argomenta filosoficamente contro la filosofia e teologicamente contro la teologia, che tentano di spiegare l’inspiegabile.

È questa l’arena appassionata di una conversione che, prima di tutto, salva l’uomo da una ferale depressione e lo induce a compiere quel gesto così vecchio, contestato e trascurato, senza il quale, conferma Clavel, nessuna conversione si compie: la confessione.
Poi, certo, c’è la stoccata del polemista: «Dio è dappertutto in filosofia, dal momento che ogni filosofo è contro Dio» e aggiunge: «Talvolta essa l’ammette, come l’ateismo onesto, o scientifico». Ma altre, «se lo nasconde, come la filosofia cristiana».

Per tutto il libro, non si fanno prigionieri: spazza via San Tommaso, la scolastica e la dialettica. Tra i filosofi salva parzialmente Kant e Foucault, perché prima e meglio di lui, nella sua analisi, avevano ucciso, ma con delitto imperfetto, la filosofia. Avevano cioè individuato i limiti del pensiero umano.
Ama Pascal e Kierkegaard, ma anche a loro non perdona qualche cedimento al pensiero sistemico. Qui il testo si fa più oscuro, malgrado gli sforzi di chiarezza, e, se non è per specialisti, è almeno per aficionados.

Sebbene nella vita dichiarasse di trovarsi meglio con gli amici e gli intellettuali laici, che lo cercavano sgomenti in redazione, mentre lui andava ad assistere tutti i giorni alla messa, deve ai sacerdoti la sua nuova vita e giustifica con puntualità l’esistenza di una chiesa casta e meretrice, santa e peccatrice. Il peccato? Esiste ancora? Sì, per Clavel è anzi una dimensione rimossa da recuperare, per ritrovare il senso stesso del vivere umano.

Parla di sé o di Dio?

Il suo furore trova autorevoli detrattori anche nella Chiesa e tra gli intellettuali cattolici. Alain Arnaud, in un articolo titolato Il Dio di Clavel, scrive «Non mi piace la familiarità con cui Clavel parla di Dio. Ho letto troppi testi patristici e mistici per non aver imparato da loro il pudore del silenzio, il rispetto per quella distanza in cui si apre lo spazio dell’Altro, quell’alterità in cui, nelle parole di Giovanni Crisostomo, è inscritta “l’incomprensibilità di Dio” e, ancor più, quella lunga tradizione che balbetta il nome dell’Innominabile». E, ancora più spietatamente, «La sua “rivoluzione culturale” è un grande salto all’indietro. Annuncia la fine della filosofia, la prima banalità del nostro tempo, e lo fa filosofeggiando, la seconda banalità di oggi. Ma Clavel è un cattivo filosofo. La sua è una filosofia della paura e del ritorno alle rovine. In sostanza, non fa altro che mettere in gioco la vecchia camicia di forza dell’a priori e della trascendenza da cui ci siamo appena liberati».

Più prudente e accogliente il giudizio di Jean-Marie Domenach: «Il problema di Clavel è che, quando parla di Dio, a volte si ha l’impressione che parli di se stesso – ma quando parla di sé, a volte parla di Dio con un vigore che abbiamo perso l’abitudine di vedere». Poi precisa: «Questo modo rumoroso di affermare Dio non è mio. È piuttosto l’assenza di Dio che mi colpisce nella storia e nella cultura contemporanea. Dio eclissato, Dio notturno. Mi chiedo ora se non mi sia lasciato intrappolare dallo spirito del tempo, che ha solo il coraggio di sospettare e decostruire».

Che fine ha fatto Clavel?

Dopo la conversione, la vita dell’intellettuale è ribaltata, eppure continua a trascorrere uguale. Non progetta, ma lascia che le cose accadano.
L’amico Frossard, d’altra parte, descrive il suo ritorno alla fede come «lento, doloroso, privo di sensazioni divertenti o spettacolari, più simili al travaglio di un parto che alle emozioni del colpo di fulmine». E sul dopo racconta: «era sempre il solito generoso e intelligente Clavel, ma c’era in più qualcosa di umile e fragile, come una luce che la mano protegge contro il vento, ed era la sua gioia

Ricomincia a combattere, a prendere posizione, perfino sulla chiesa e sulla sua smania di rinnovamento. Scrive su Le Monde, collabora per uno dei più autorevoli settimanali gauchistes di Francia, il Nouvel Observateur di Jean Daniel, sostiene i barricaderos del maggio parigino, dialoga con i maoisti perché gli sembrano i meno dogmatici e, proprio da quell’ambiente, accompagna il movimento dei nuovi filosofi, con André Glucksmann, Bernard Henri-Lévy, Philippe Nemo, Françoise Lévy e altri. Un fenomeno culturale esplosivo in Francia e ignorato, o denigrato, in Italia.

Clavel stesso, d’altra parte, è poco tradotto. Quello che io credo è apparso nel 1978, mentre non si è visto il successivo Dieu est Dieu, Nom de Dieu. In questo secondo saggio di esplicito argomento religioso, profetizza chiese deserte di uomini e di spirito.

Poiché ha respirato a fondo le mode culturali laiche del suo tempo, si ribella ai teologi e ai sacerdoti per i quali Cristo è «il Giovanni Battista di Marx», ma lo fa con troppi riferimenti alla cronaca e al dibattito francese per interessare un editore (forse un pubblico) italiano. L’attacco frontale a un certo clero è indigesto per gli editori cattolici e non è nella direzione giusta per quelli di sinistra. Di lui si è però occupato il giornalista Roberto Righetto, nel volume, edito da Piemme nel 1998, La conversione del filosofo maoista.

«agitatore giudaico-cristiano»

E siamo di nuovo al suo funerale, nel 1979, dove Jean Daniel, intellettuale ebreo, laico, di sinistra, dichiara che quel giorno se ne va l’ultimo «agitatore giudaico-cristiano», una persona che, prosegue, «sentivamo oscuramente non fosse sola, ma costantemente accompagnata», poiché qualcosa di «cristico lo seguiva» e «costituiva per noi una presenza» che «non si manifestava attraverso la predica o il sermone, ma con lo scandalo».

È ancora vivo quello scandalo? Torna alla mente il commento di Bernanos a una raccolta di articoli di Clavel: «continuiamo a testimoniare per ciò che resiste contro ciò che sembra durare».
Il vecchio leone, con la chioma bianca e gli occhi pungenti nascosti dietro le spesse lenti degli occhiali, continua a far sentire la sua voce di strano fedele, a chi abbia la pazienza di cercarla. Ed è una voce più che attuale: Dio è il grande rimosso che tutta la filosofia, soprattutto novecentesca, ha provato a cacciare dalla storia.
Eppure, si riaffaccia prepotente, straziato, come i più intimi e inconfessati desideri che, vanamente, tentiamo di occultare al nostro cuore.

Leave A Comment