Quando Evelyn Waugh, nel lontano 1961, dedicò uno dei suoi romanzi a Muriel Spark, scrisse: «Per Muriel Spark nel fiore degli anni, da Evelyn Waugh nel suo declino». Sembra una simpatica passerella tra due giganti della letteratura cattolica britannica, una sorta di staffetta letteraria dal vecchio Waugh alla giovane promessa scozzese. Eppure, Muriel Spark, più che una staffetta, era forse una mina pronta a esplodere, nascosta nelle pieghe di una narrativa apparentemente innocua.
Convertitasi nel 1954, la Spark si trovò improvvisamente nel cuore di quella che lei stessa definì «una comunità intellettuale cattolica»: Graham Greene la supportò economicamente, Evelyn Waugh intellettualmente, i gesuiti di Farm Street spiritualmente. Tuttavia, ciò che distinse Spark dai suoi predecessori fu una personalissima interpretazione dell’essere “scrittore cattolico”. A dire il vero, Muriel si divertiva un mondo a smentire categoricamente qualsiasi immagine “pia” che le si volesse appiccicare addosso.

Una famiglia complicata
Muriel Sarah Camberg nasce il 1º febbraio 1918 a Edimburgo, Scozia, da padre ebreo di origini lituane e madre anglicana. Frequenta la James Gillespie’s High School for Girls e, nel 1934–35, segue un corso in “corrispondenza commerciale e sintesi” all’Heriot-Watt College. Nel 1937 sposa Sidney Oswald Spark e si trasferisce con lui in Rhodesia (oggi Zimbabwe), dove nasce il loro figlio, Samuel Robin, nel luglio 1938. Il matrimonio è messo in crisi dai disturbi maniaco-depressivi del marito, e Muriel si decide a lasciarlo nel 1940. Nel 1944 torna in Gran Bretagna, dove lavora per l’intelligence britannica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo la conversione, a chi la intervista sul cattolicesimo, risponde con sfacciataggine disarmante: «Sono cattolica faute de mieux. Il Papa è un disastro, come il precedente. La Curia? Un caos! Ne servirebbero almeno tre di Papi». Muriel Spark cattolica? Sì, ma decisamente a modo suo. Arrivava a messa dopo il sermone, ritenendo «un peccato mortale perdere tempo con le prediche».
Galeotto fu Newman…
Nella sua autobiografia Curriculum Vitae, pubblicata nel 1992, così parla della conversione: «Nel 1953 ero assorbita dagli scritti teologici di John Henry Newman grazie al quale alla fine mi feci cattolica. […] Quando mi chiedono della mia conversione, perché sono diventata cattolica, posso solo dire che la risposta è sia troppo facile sia troppo difficile. La spiegazione semplice è che la fede cattolica corrisponde a tutto quello che ho sempre sentito, conosciuto e creduto; nel mio caso non ci fu una folgorazione improvvisa. La spiegazione più difficile riguarda l’edificarsi, un passo alla volta, di una convinzione».
La scrittrice non dimentica mai di confermare quanto il cattolicesimo abbia inciso sulla sua vita e il suo lavoro, rafforzando una fede che considerava impossibile da perdere, nonostante le critiche verso alcuni aspetti istituzionali della Chiesa. «Il motivo per cui sono diventata cattolica – dichiara in un’intervista televisiva del 1961 – è perché mi veniva mostrata la mia vera natura. […] Non fui capace di lavorare e di fare qualcosa delle mie qualità letterarie fino a quel momento».
I suoi libri conquistano l’attenzione di lettrici come Judi Dench, Glenda Jackson, Maggie Smith, Vanessa Redgrave ed Elizabeth Taylor. Spark riceve numerosi riconoscimenti, tra cui il James Tait Black Prize, l’Ingersoll T. S. Eliot Award e il David Cohen British Literary Prize per la carriera. Nel 1993 è nominata Dama Comandante dell’Impero Britannico.
L’ironia al potere
Nei suoi romanzi, l’umorismo irriverente è la regola. Non esistono convertiti sereni, equilibrati, dotati di pace interiore, come alcune zuccherose (e spesso infedeli) vite di santi. I convertiti di Muriel sono piuttosto nevrotici, inquieti, devoti del rosario ma spesso i crisi esistenziale. Prendete ad esempio Sandy, la protagonista di Gli anni fulgenti di Miss Brodie (Adelphi): diventa suora, scrive un libro magnificamente titolato La trasfigurazione del luogo comune, ma finisce dietro le grate di un convento con l’atteggiamento di una prigioniera più che di una religiosa trasfigurata. Per Spark la conversione non è il punto d’arrivo di una vita risolta, ma una porta che apre sul caos, un’esperienza irta di ironie e contraddizioni.
Anche gli studiosi si trovano in crisi a classificare il cattolicesimo “a rovescio” di Spark. Bryan Cheyette sostiene che la scrittrice giochi continuamente a sabotare qualsiasi ortodossia, trasformando ogni certezza religiosa in un gioco anarchico e postmoderno. Al contrario, Thomas Haddox risponde che proprio questa “incoerenza apparente” sia il cuore pulsante di una vera estetica cattolica: non una fede a buon mercato, ma una fede che gioca, dubita, ride delle proprie certezze, rimanendo però ancorata a valori estetici e religiosi profondamente radicati.

Muriel Spark non voleva semplicemente scrivere romanzi cattolici sullo stampo dei suoi amati predecessori. Le sembrava troppo facile, quasi banale. Amava troppo il romanzo per ridurlo a una sorta di predica mascherata. Il romanzo, per Spark, è un’arte seria, così seria da richiedere di non prendersi troppo sul serio.
Una poetessa che ama la Francia
Parlando della propria scrittura, Spark spiega di sentirsi più poetessa che romanziera, influenzata soprattutto da autori francesi come Flaubert, Proust, Robbe-Grillet e Simenon. A proposito della violenza nei suoi romanzi, dichiara che essa riflette la crudeltà della vita stessa e che la presenza del male è una componente inevitabile della narrativa. Per Spark, l’arte deve riflettere il mistero della vita, la sua inesplicabilità e la necessità della fede proprio perché non tutto è comprensibile razionalmente.
Nel suo capolavoro Le ragazze di pochi mezzi (Oscar Mondadori), l’autrice scozzese fa camminare il lettore tra le rovine della Londra del dopoguerra, invitandolo a salire scale pericolanti che conducono verso “destinazioni imprecisate”. Questo è il suo modo di dirci: state attenti, il mio cattolicesimo narrativo è fragile come queste scale. Niente vie facili, niente scorciatoie spirituali. La grazia può esserci, certo, ma arriva quasi sempre in forma satirica e inaspettata.
Muriel Spark non scrive per rassicurare i lettori cattolici, ma per scuoterli dal loro torpore. I suoi romanzi giocano continuamente con le aspettative del lettore. Dove ci aspettiamo una conversione epifanica, lei mette in scena una fuga con un vestito firmato. Dove cerchiamo segni soprannaturali di redenzione, lei ci sbatte in faccia la banalità di un nastro magnetico cancellato per errore.
Questa straordinaria capacità di sorprendere nasce dal profondo sospetto che Spark nutriva verso il sentimentalismo e l’emotività nella narrativa religiosa. Riteneva che il sentimentalismo fosse non solo inefficace, ma addirittura controproducente: invece di avvicinare il lettore alla fede, rischiava di creare una pericolosa illusione di partecipazione emotiva. Per questo, Spark preferisce l’arma affilata della satira, che penetra fino al midollo lasciando una cicatrice salutare.
Una fede sorridente
Il suo approccio estetico si basa su una forma di “realismo sacramentale”, termine che indica la capacità di vedere il divino nelle pieghe quotidiane della vita, senza idealizzarle. Spark coglie l’ironia della grazia che opera nell’imperfezione umana, nelle nevrosi, nei piccoli egoismi quotidiani. Non ci sono santi senza macchia nei suoi romanzi, solo peccatori consapevoli della loro buffa e tragica umanità.
In definitiva, Spark non nega il cattolicesimo, ma lo reinventa per sottrarlo al rischio della retorica e del sentimentalismo religioso. Attraverso la satira, l’ironia tagliente e una continua capacità di sorprendere, la Spark rende il romanzo cattolico non un rifugio sicuro, ma un’avventura spirituale da vivere rigorosamente col sorriso sulle labbra.
Per dirla con le sue parole, scrivere romanzi “è un modo di pregare senza sembrare troppo devoti”. È forse questo il segreto della grandezza di Muriel Spark: essere profondamente cattolica, ma senza darlo troppo a vedere.
Viaggio (e sosta) in Italia
La vita di Muriel Spark prende una svolta significativa quando si trasferisce in Italia negli anni Settanta, stabilendosi inizialmente a Roma e successivamente nel piccolo borgo di Oliveto, vicino Arezzo. Qui trascorre oltre trent’anni in compagnia della sua assistente e amica Penelope Jardine, conosciuta casualmente in un salone di parrucchiera romano. In Italia, Muriel vive una vita appartata e creativa, lontana dalla mondanità londinese, dedicandosi intensamente alla scrittura.
Penelope Jardine diviene presto una presenza indispensabile nella sua vita: segretaria, collaboratrice letteraria, confidente e, soprattutto, amica fedele. La loro casa toscana diventa un rifugio creativo, circondata da ulivi e silenzi, scenario ideale per le sue opere tardive. La Jardine descriverà il loro rapporto come “un’amicizia autentica, semplice, senza complicazioni”, caratterizzata da lunghi viaggi in auto attraverso l’Europa, conversazioni letterarie e momenti di quotidiana complicità.
In Italia, Spark scrive alcuni dei suoi romanzi più maturi, come La scuola dei desideri, continuando a coltivare un cattolicesimo ironico e dissacrante, sempre lontano da ogni facile retorica. Qui affina ulteriormente il suo stile satirico, nutrendo una profonda diffidenza verso sentimentalismi e facili emotività, convinta che il vero compito dello scrittore cattolico non sia quello di rassicurare, bensì di scuotere e sorprendere.
