Un sondaggio pubblicato dal Sole 24 Ore spiega che il 33% degli italiani considerano la religione (quindi il cattolicesimo) un fattore importante per sentirsi parte di una nazione (per il 18% molto importante). In Europa, pare sia il dato più alto. In Spagna, con cui condividiamo un retroterra cattolico (molto retro), la percentuale è del 7, contro un 71% che pensa tutto l’opposto: la religione non deve avere niente a che fare con lo spirito nazionale. E cifre simili si leggono per Francia e Svezia.

Come la pensi la testata, o semplicemente l’autore dell’articolo, lo rivela questo paragrafo: «È interessante notare che i giovani italiani sono molto meno tradizionalisti dei loro genitori: solo il 7-8% dei 18-49 enni afferma che essere cristiano (cattolico peraltro ça va sans dire) è importante per dirsi italiano, contro il 23% degli over 50». Vabbè.

Viaggiando da sud a nord (e in parte, solo in parte, anche da oriente a occidente), invece, sembra che i numeri si ribaltino e Tunisia, Indonesia e Tailandia guidano i paesi in cui la religione è considerata parte essenziale dello spirito nazionale (oltre l’80%). Più che geografica, la differenza sembra essere di censo: sale il reddito, cala il peso della religione, roba per poveracci.
La foto, complessivamente, è mossa: islamismo, cristianesimo, induismo e buddismo hanno storicamente posizioni diverse rispetto al potere politico, leva fondamentale nel forgiare il carattere nazionale.
Sarebbe bello chiedere a chi esclude la religione tra gli elementi fondanti della cultura di un Paese, quale sia l’alternativa (a parte la lingua): la musica, la cucina, la letteratura, la costituzione, la forma istituzionale, il calcio? Ma una domanda si dovrebbe porre anche agli autori del sondaggio: l’appartenenza nazionale coincide o è parente del senso dello Stato?

Il cristianesimo, coniugato con l’ellenismo, ha portato per la prima volta l’universalismo nella storia, e l’universalismo cozza con i nazionalismi. La messa si recitava in latino non per escludere la plebe, ma per proteggerne il carattere universale, condiviso da tutti allo stesso modo nelle parole e nei gesti, ovunque nel mondo. Se si entrava in una chiesa, in Brasile o in Scozia, risuonavano le stesse preghiere e i cristiani diventavano solo cristiani. Credo che il “diritto d’asilo” avesse a che fare con questa autonomia universale della Chiesa. Nella storia, la fede religiosa, quando non è emanazione dello stato o non è ad esso sottomessa, costituisce motivo di sospetto: a chi riserverà la sua devozione finale il credente, alle leggi divine o a quelle del re o dello Stato? È il tragico dilemma rappresentato nell’Antigone di Sofocle. Ed è il motivo per cui “Dio, Patria e famiglia” mi è sempre sembrata una trinità dissonante.

Ma può esistere una comunità unita, attraversata da una parvenza di spirito fraterno, senza una fede condivisa? Gli illuministi pensavano di no, tanto da credere nella necessità di una religione civile.
Fausto Bertinotti definiva l’antifascismo l’unica religione civile in Italia. I Paesi comunisti sostituirono il culto cristiano con l’ateismo di stato.
In effetti, io non mi sento più italiano in quanto cattolico, anzi. Dopo la mia conversione guardo al mondo intero come un luogo in cui cercare linfa nuova per le mie radici. Ho cambiato più volte città, ma non nazione, e credo che lo farei con fatica. E questo sebbene, come cantava Gaber, «io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono». Per fortuna? Mah…

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