Giovanni Testori nel cristianesimo è immerso fin da bambino. Ricorderà spesso il rosario recitato in famiglia alla sera, e della madre dirà: «Mi ha dato Cristo (…) come il pane». Per tutta la vita, da prospettive diverse, cercherà questa concretezza sublime. Nessuna conversione in senso stretto, dunque, sulla sua strada, ma certamente una riscoperta, dopo un lungo, talvolta disperato, sempre ferocemente inquieto e creativo girovagare.
Chi lo ha conosciuto, non manca mai di ricordare gli occhi azzurri, così pronti ad affrontare gli angoli più bui del vivere e, nel contempo, già pieni di un Altrove. E poi le mani, grandi e callose come quelle di un fabbro, che con lo stesso vigore hanno impugnato la penna o il pennello.
I due elementi appaiono, più vibranti che mai, nei numerosi ritratti a lui dedicati dal pittore Vitali, colti nel gesto, per lui tanto comune, di contenere la testa e il viso tra le mani.
Le periferie milanesi
Giovanni Testori è stato un artista unico e, nel contempo, paradigmatico nel suo percorso intellettuale e religioso. Omosessuale, ma senza plateali coming-out, inizialmente considerato più vicino a Marx che al vangelo, raccontava le periferie milanesi, gli umori proletari dei navigli meneghini, i suoi amori ancillari e tormentati, i muscoli in movimento sul ring e sui pedali delle biciclette.
Diviso (o per meglio dire unito) tra critica d’arte, pittura, poesia, teatro e romanzo, incarna da subito un’esigenza di rigore totale, profondo, radicale, un impegno sociale che si fonda nella vita e nell’arte, fino a non distinguerne i confini.
Le sue opere conquistano la critica, gli ambienti teatrali più all’avanguardia del Piccolo Teatro di Milano e del Pierlombardo e ispirano altri grandi artisti. Uno per tutti, Luchino Visconti (grande amico prima di una lite che si ricomporrà solo al funerale del regista), che si abbevera ai racconti riuniti nel volume Il ponte della Ghisolfa (Feltrinelli) per il suo capolavoro cinematografico Rocco e i suoi fratelli.
Il teatro è probabilmente l’avventura che più lo appassiona. In un incontro nel decennale del Meeting di Rimini, spiegherà che nulla come il teatro incarna l’alternarsi di gloria e di cenere essenza della vita: le luci della ribalta, per quanto luminose, si spengono ogni sera sugli attori e sul pubblico, ma si riaccendono, diverse ogni giorno.
Incontro con la morte
In molti trovano nella sua vita una netta linea di confine, tra il 1977 e il 1978, oltre la quale non muta realmente la sostanza, ma è riempita con una urgente e dolorosa domanda sulla morte. Accade quando perde la madre tanto amata, nel 1977.
Nel 1978 Testori è chiamato a scrivere sulla prima pagina del Corriere della sera, con cui già collaborava come critico d’arte, e a molti appare l’erede naturale dello spazio precedentemente occupato da Pier Paolo Pasolini. Nello stesso anno inaugura una seconda trilogia teatrale, con un primo lungo monologo dal titolo inequivocabile: Conversazione con la morte. È proprio lui a portarlo in scena, ma il testo sarà rappresentato più e più volte da attori professionisti e da compagnie improvvisate.
La domanda sul senso della vita che forgiava tutte le opere precedenti, dipinte con i colori dell’imprecazione, del disagio, perfino della bestemmia, si fa sussurro, non meno intenso e lacerante, ma più aperto alla speranza.
In occasione del rapimento di Aldo Moro nel 1978, scrive un editoriale meravigliosamente unico, che varca i confini dell’analisi politica per spalancare i cancelli della tragedia universale, collettiva, del male nella Storia.
A casa sua bussano i giovani universitari di Comunione e Liberazione, con i quali si instaura un’amicizia destinata a non concludersi mai, e inizia un sodalizio di reciproca devozione con il fondatore del movimento, Luigi Giussani, ultimo compagno di strada.
Non mancano le accuse di apostasia da sinistra, la patria culturale che lo aveva sempre considerato tra i suoi ranghi. Un giornalista del Manifesto ricorda che negli ambienti a lui un tempo più vicini se ne parla con “imbarazzo”.
Coraggiosamente scomodo
Testori, d’altra parte, non ha paura di abbracciare le cause in cui crede, e accetta anche le sfide più impopolari. Nei suoi articoli alterna carezze e ceffoni, destinati quasi sempre ai potenti: intellettuali (celebre un attacco frontale alla architetta milanese Gae Aulenti, e poi alla intoccabile Biennale di Venezia), politici, religiosi anche, tutti troppo comodamente seduti sui loro scranni. Un populista ante-litteram? Dubbio legittimo, ma fuori bersaglio. Testori denuncia, talvolta anche con nomi e cognomi, ma mai per affermare la propria superiorità morale. Rifiuta in prima persona la nuova industria culturale, diventata succursale pensante del capitalismo avido di soldi e sovrintendenze. Il prezzo è un grande isolamento e teatri che gli chiudono spazi.
Factum est: dialogo con una vita che nasce
Nel 1981, mentre l’Italia si prepara a votare per due referendum sull’aborto (uno del movimento per la vita per abrogare la legge 194 e l’altro, radicale, per liberalizzare ulteriormente la pratica abortiva – entrambi sconfitti), inizia a essere rappresentato Factum est, il monologo di una vita che nasce. Non un manifesto anti-abortista, ma una nuova sfida sul senso dell’esistenza, con una ricerca linguistica complessa, poetica, oscura come oscuro è l’attimo che porta alla vita.
Nello stesso anno dipinge una serie di crocifissioni: nessuna sublimazione, un agnello (fuor di metafora) sbranato dalla croce e violentato dalla matita. Nell’affrontare lo stesso tema, nel 1944, la sua mano cercava l’essenzialità del tratto, quasi a rinchiudere la sintesi della sacra rappresentazione in un solo gesto grafico. Qui, invece, prevale la carne, una macelleria più che evocata e che, in controluce, richiama le forme ancora informi, ma già umane, di un feto. Si incontra qui, nelle carni che sembrano liquefarsi, uno dei suoi grandi amori artistici: Francis Bacon.
La sua scrittura, nel teatro e nel romanzo, è spesso definita barocca. Per la prima trilogia teatrale si inventa una vera e propria lingua, un gramelot dialettale e aulico, eredità dantesca contaminata dalle memorie padane della casa di Novate Milanese.
Negli ultimi anni della sua vita, Giovanni Testori intensifica il suo rapporto con il teatro, che diventa per lui sempre più un luogo di esposizione personale, quasi un altare dove celebrare e interrogare il mistero dell’esistenza. La sua scrittura teatrale si fa più densa, stratificata, capace di coniugare lirismo e drammaticità, fino a coinvolgere il pubblico in un’esperienza totalizzante.
Le confessioni di Confiteor
Nel 1985 va in scena Confiteor, un testo di rara potenza in cui il protagonista confessa la propria umanità ferita, intrisa di peccato e redenzione, davanti a un Dio percepito come distante, ma al tempo stesso inevitabile. Testori, qui più che mai, calca la scena per creare un dialogo diretto con lo spettatore, rompendo le barriere tra attore e pubblico.
«Testori non conosce la contabilità delle passioni umane e scava nel mucchio dei rottami e delle miserie. Trova l’uomo al negativo, ma proprio in questo negativo trova il riscatto, la piccola strada che porta alla luce nascosta, alla luce perduta dell’umanità orgogliosa e vincitrice. Spoglia l’uomo, lo lascia preda delle passioni misteriose e, poi, lo riprende con la rete del pentimento e della coscienza.»
Carlo Bo, 1985
Tre anni dopo, nel 1988, a Firenze, viene presentata In exitu, la tragedia di Gino Riboldi, un giovane tossicodipendente milanese che muore in un bagno della stazione Centrale. Originariamente concepita come romanzo, l’opera è adattata per il teatro con un linguaggio scarno e crudo, che restituisce la disperazione e la solitudine dei margini della società. La prima rappresentazione è accolta con reazioni contrastanti: il pubblico si divide tra applausi entusiasti e abbandoni rumorosi, segno della carica disturbante e provocatoria del testo.
Successivamente, In exitu è rappresentata in contesti insoliti, come le stazioni ferroviarie di Milano e Genova, luoghi simbolo del dramma della tossicodipendenza e della marginalità. La scelta di portare il teatro nei luoghi della realtà quotidiana sottolinea ancora una volta l’intento di Testori di far dialogare l’arte con la vita e le sue ferite più profonde.
Negli anni Ottanta e Novanta, Testori consolida la collaborazione con l’attore Franco Branciaroli, dando vita alle cosiddette Branciatrilogie. Questa unione artistica rappresenta un sodalizio unico, in cui autore e interprete si fondono in una simbiosi creativa. Nella prima trilogia teatrale, Testori rivisita grandi classici della tragedia con un linguaggio nuovo, tumido e sperimentale: Macbetto, Ambleto e Edipus diventano opere in cui la tradizione si mescola a un dialetto lombardo contaminato da echi danteschi e visioni moderne. Branciaroli incarna con forza il linguaggio testoriano, dando voce e corpo a un universo teatrale che è al tempo stesso profondamente radicato nella cultura italiana e proiettato verso un respiro universale.
Nel 1989 arriva Verbò, un’opera che fonde realtà e immaginazione: Testori immagina un incontro impossibile tra Verlaine e Rimbaud sul sagrato del Duomo di Milano, un dialogo denso di tensioni poetiche ed esistenziali. In scena, lo stesso Testori si alterna a Branciaroli, dando vita a una rappresentazione che sfida le convenzioni teatrali e invita il pubblico a interrogarsi sulla natura dell’amore, della creazione e della redenzione.
La seconda Branciatrilogia segna una sorta di chiusura del cerchio iniziato con le reinterpretazioni dei classici. Con Sfaust e SdisOré (reinterpretazione di Oreste), Testori spinge ancora più in là i confini del suo linguaggio teatrale, introducendo una vena comica che si intreccia con la tragedia, in un gioco continuo di sovrapposizioni e contrasti. Ancora una volta, il teatro diventa per lui il luogo privilegiato per esplorare l’umano nelle sue contraddizioni più profonde, sempre con un occhio rivolto al trascendente.
Testori sul palco: un’esposizione estrema
Giovanni Testori lascia sempre più spesso il ruolo di autore per salire direttamente sul palco. Questa esposizione estrema, che lo vede incarnare i personaggi e le loro sofferenze, è il segno di un’urgenza creativa e spirituale che non conosce compromessi. Ogni rappresentazione diventa per lui un atto di testimonianza, un incontro tra il sacro e il profano, tra il dolore della carne e la luce della speranza.

La sua arte, intrisa di contrasti e provocazioni, è sempre rimasta legata alla realtà, quella delle periferie milanesi, dei volti e dei corpi segnati dalla fatica e dalla marginalità, ma anche quella universale dell’uomo di fronte al dolore, alla morte e alla speranza. Nonostante il continuo confronto con lo scandalo – che ha attraversato la sua vita personale e professionale – Testori non ha mai cercato lo scontro fine a sé stesso. Il suo scandalo era quello di un uomo che osava dire la verità, anche quando era scomoda o incomprensibile, e che cercava Dio là dove sembrava più assente: nella fragilità, nella carne, nella disperazione.
Attraverso i suoi dipinti, i suoi romanzi e i suoi testi teatrali, Testori ha dato voce agli ultimi, ai dimenticati, ai perduti, facendosi egli stesso strumento di una parola che si incarnava e viveva oltre il momento della creazione artistica. Il suo linguaggio è stato lo specchio di un’anima inquieta, che non si è mai accontentata della superficie, ma ha scavato nelle profondità dell’uomo per trovare, in fondo a ogni abisso, un filo di redenzione.
Negli ultimi anni della sua vita, Testori si è avvicinato con sempre maggiore intensità al mistero della morte, trasformando le sue opere in preghiere, invocazioni e dialoghi con il divino. Con i suoi oratori teatrali, come Conversazione con la morte e Interrogatorio a Maria, ha dato forma a un cammino spirituale che, pur attraversando il dolore e la perdita, si è aperto alla speranza. La sua amicizia con il movimento di Comunione e Liberazione e con Luigi Giussani è stata il segno di un incontro profondo con il cristianesimo, che ha illuminato gli ultimi anni della sua vita con una fede umile e tenace, mai docile e rassicurante.
«Con la precedente trilogia avevo toccato come l’intoccabile, avevo messo le mani nel fondo del pantano della vita. Avevo toccato il fondo a furia di contestare l’accettazione della nascita, della vita, della morte. Poi, finalmente, cominciai a dire sì, e il muro di ribellione e di negazione si scioglieva man mano che accettavo la misura quotidiana della sofferenza e della mia indegnità che veniva abbracciata e accolta, per quella che era, dalla Volontà e dal Senso di tutto ciò che da sempre cercavo, l’amore, la luce, la co-scienza, la ragione, la passione dell’esistere.Tutto questo, nell’accettazione della nascita e quindi della vita, rientrava in me. Allora, il senso della nascita come fatto storico e fisiologico, che costituiva il fulcro dannato e maledetto dell’Ambleto, del Macbetto e dell’Edi-pus, domandava un ripercorrimento, una mia rivisitazione. Così è nata Conversazione con la morte che racconta di tutto lo sconvolgimento che in me provocò la morte di mia mamma, ed è una richiesta di perdono».
Giovanni Testori
Giovanni Testori ci lascia un’eredità complessa e preziosa, che invita a non temere le domande difficili, a non rifuggire il dolore e a cercare la bellezza anche nelle pieghe più scomode della realtà. La sua voce, unica e inconfondibile, continua a risuonare, ricordandoci che l’arte, quando è autentica, non è mai separata dalla vita, ma ne è l’espressione più alta e vera. Un artista per cui ogni parola, ogni tratto, ogni scena erano un atto di fede e una dichiarazione d’amore per l’uomo e per il mistero che lo abita.


